CIMINNA (PA)

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Storia, arte, tradizione, costume, usi, verde, sole.......
Parte I Cap5
oom:MemorieDocumenti1911.
 

Canti e leggende

Usi e costumi di Ciminna

Dr Vito Graziano

Pubblicato MCMXXXV

Parte prima cap.5

Industrie di altri tempi

1. Cultura della vite - Nei tempi passati la vite eia assai sparsa nel terntoiio di Ciminna, perché vi era il motto : cui havi bona vigna havi pani, vinu e ligna.
La sua cultura costava molto, perché la terra si doveva zappare otto volte l'anno (squasari, refùnniri, ricunsari, ritirzari, riquartari, zappari, passari e ripassari). Lo scalzamento era fatto da zappatori di mestieri (squasatura) che avevano il salario di due tari al giorno (L. 0,85); ma per lo più i lavori della vite si davano a cottimo (a li consi). Da alcuni atti pubblici del 1704 e 1705 si rileva che la cultura di un migliaio di viti costava onze due (L. 25,50), somma allora considerevole, perciò in un proverbio la vigna era chiamata tigna (vigni * tigni). La potatura si faceva in gennaio, perché la puta di innaru inchi lu Vuttaru e si crede ancora che il tempo più opportuno alla potatura sia quello che passa dal novilunio al plenilunio del detto mese. Però non si dava grande importanza alla perizia del potatore, infatti si diceva : l'asinu pula e Diu fa racina.
Molta importanza si dava invece alla cultura della vigna : cui bonu zappa bonu vinnigna e alla ubicazione di essa : chianta la vigna unni sedi la vutti. Per avere un buon prodotto della vigna non si dovevano coltivare in mezzo ad essa altre piante, né seminare cereali : cui simina tra la vigna nun meti né vinnigna.
Non si doveva cogliere 1' uva quando era immatura, né quando vi era rugiada : cogghi appena matura la racina cu bonu tempu e asciutta d' acquazzina.
Tuttavia la cultura della vite era meno importante di quella del grano : casi quanta stai, vigni quantu vivi, terri quantu scopri.
Il tempo della vendemmia era stabilito con bando da cinque deputati di salute, eletti dal!' autorità comunale, perché 1' uva immatura produce vini acetosi e guasti.
In alcuni comuni è ancora in uso fissare con bando la data della vendemmia per tutto il territorio, come se la maturazione dell' uva coincidesse nello stesso tempo in tutte le località. La diversità di contrada, di ubicazione, di esposizione, di terreno del vigneto, il sistema di cultura, la varietà della vite, la costituzione dei ceppi, la sanità o meno dell'uva, le infezioni crittogamiche e quelle d'insetti, l'andamento climatico dell' annata, ecc., sono altrettanti fattori che influiscono sulla maturazione dell' uva e quindi sull'epoca della vendemmia
Altre volte invece circostanze speciali costringono ad anticipare la vendemmia per evitare la perdita del prodotto, una grandinata o una forte pioggia sono sufficienti a guastare l'uva, una diffusione di marciume ne minaccia la qualità, una grave siccità, un insistente vento scioccale affrettano la maturazione, causandone persino l'appassimento completo.
Perciò il bando pubblico, se poteva essere giustificato nel passato, in cui la scienza enologica non era ancor nata, non può esserlo più oggi.
L'abbondanza dei mosti era tanta che i proprietari li lasciavano in parte fermentare nei palmenti o li dividevano a metà con coloro che dalle contrade più lontane li trasportavano nel paese. Perciò il vino si vendeva a bassi prezzi (tre grani pari a L. 0.06 il quartuccio, antica misura siciliana, equivalente a poco meno di un litro), come si rileva dai seguenti versi, che allora erano popolari :
Ora lu tempu vinni
Di cogghiri 'a racina,
Lu viddanu si incammina
A la vigna si "imi va
E la metti 'nta li vutti.
Amici miei, contenti tutti
Ca lu vinu a tri grana va.
Molta ricercata ed esportata in altri paesi era un' uva bianca con gli acini bislunghi, chiamata prumesta, che si conservava a lungo ed era conosciuta col nome di ciminnita.
Ma dopo le malattie prodotte dall' oidium albicans1, dalla filossera e dalla peronospera il vino diventò in Ciminna un prodotto meno importante.
(1) Questa malattia apparve in Sicilia nel 1851, e poiché alloca non si conosceva il rimedio fu un disastro pei la produzione vinicola, onde nacque il motto :
A lu cinquanta
Sicilia canta,
'O cinquantunu
Pigghiala in culu.
Da una lettera del sindaco di Ciminna con la data dell'agosto 1652 si rileva che l'odium albicans era comparso in questo tenitorio nel luglio del detto anno, prima nelle contrade basse ed umide, poi in quelle mezzaline e infine in quelle di montagna, attaccando primieramente i moscadelli e le insolie.
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2. Industrie dell'argilla - L'industria più antica e nei tempi passati la più importante era quella dell' argilla o creta cotta. Di essa esistono tracce nella contrada Pizzo, dove sono stati scoperti alcuni oggetti d'industria locale e qualche vestigio di forni. E' certo che esisteva nel secolo XVII, poiché nel 1658, dovendosi ammattonare il pavimento della Madrice, i mattoni furono eseguiti in Ciminna. Un tempo la creta si estraeva dalla contrada Folletto, poi dalla contrada Stincone ed ora da un' altra località vicina alla chiesa di Nostradonna.
La detta industria fiorì nei tempi passati e i suoi prodotti si esportavano nei paesi vicini. L'industria della creta si esercitava nella via Stazzone, allora via di campagna. In essa lavoravano gli artefici della argilla, ivi era lu stazzuni con le casette a terreno, dove essi collocavano i prodotti della loro industria, con li mauti dove si travagliava la creta trasportata da una località chiamata Stincone, lu bancu, li furni, lu chianu dove si asciugava la robba, e i forni.
Dal luogo ove essi lavoravano erano chiamati stazzunara e anche quartarara, perché facevano quartare. Vi erano i quartarara propriamente detti e i mastri di tornu, chiamati anticamente maestri torculai. I quartarara lavoravano mattoni di diverse dimensioni : i quadretti più piccoli usati per ammattonare camere e i parmarizzi più grandi usati per ammattonare pianterreni, balconi e scale, per le quali lavoravano anche mattoni rettangolari col lato maggiore lungo due palmi e quello minore un palmo. Costruivano anche pantofoli detti pure pantufulicchi usati per forni e cucine, tegoli distinti in curritura (scorritori) e coperchi (copritegoli), irmici (grondaie) per raccogliere le acque piovane scorrenti dai tegoli. Erano tegoli più stretti e più lunghi, da 60 a 80 cm. circa. I più lunghi formavano gli ultimi canali scorritori, i più corti poggiavano sopra muretti sporgenti dal muro esterno delle case. La lunghezza di questi, compresi gl'irmici, era di 50 cm. circa e formava la cosidetta pignulata. Gl'irmici ebbero lo sgambetto dai tubi di zinco e ora se ne vedono pochissimi in tutto il paese. Costruivano pure calusa (tubi) per lo scolo di acque piovane.
I mastri di tornu (tornio) lavoravano con un congegno primitivo, che si faceva girare per mezzo di una ruota che veniva spinta da un movimento del piede e facevano cosi di ruttami, cioè stoviglie e altri arnesi di uso domestico. Fatto 1' oggetto, il maestro lo metteva ad asciugare un poco all'ombra, e poi vi aggiungeva i manichi, onde il motto: la quartararu metti li manicu unni Voli iddu, il quale in senso figurato significa, che ognuno fa quello che vuole.
I lavori dei nostri antichi mastri di tornii erano grossolani e assai inferiori a quelli eseguiti in altri paesi, che acquistarono rinomanza in tutta la Sicilia, come Santo Stefano di Camastra, Caltagirone, Sciacca, Calatafimi, Collesano, ecc. I nostri artefici non usarono mai 1' invetriatura, ignorando forse tale arte.
Per la fiera di S. Vito i quartarara esponevano i prodotti della loro industria per venderli anche ai forestieri.
Ora in Ciminna non esistono più mastri di torna, dei quali l'ultimo fu un certo Vito La Paglia morto un trentennio addietro circa e come in altri paesi la loro arte è scomparsa per 1' introduzione degli utensili di rame, di ferro smaltato o di alluminio. Qualche raro esemplare si trova ancora in alcune famiglie povere, come testimonio di una industria passata.
Accenno per curiosità storica ai prodotti di questa antica industria di Ciminna.
Quartara (brocca) con due manichi, equivalente in misura alla quarta parte di un barile e quindi da quarto si ebbero i nomi di quartata e quartararu.
Quartaredda (brocchetta) con due manichi.
Bummaru (bombola) con due manichi.
Bummareddu (bomboletta) con due manichi.
Giarra (orcio) per conservarvi acqua od olio. Pochi anni addietro ne vidi una della capacità di dieci e più brocche nella casa di un contadino. Essa portava la data del '500 e fu eseguita in Ciminna da certo Rubino.
Giarritteddi della capacità di mezzo ad un baule.
Ciascu (fiasco) con due manichi, della capacità da due a sei quartucci, di forma rotonda o schiacciata.
Ciaschiteddu (fiaschettimo) con o senza manichi, della capacità eia mezzo ad un quartuccio.
Lemmu (catino).
Limmiteddu (catinelle).
Vivitureddu (beverino) per galline, colombi ecc. Era di forma rotonda, che finiva nella parte superiore con un foro per mettervi l'acqua e nella parte centrale aveva tre fori quadrati per bere gli animali
Ogghialoru (orciuolo) con o senza manichi per porvi l'olio.
Grasti (vasi) per piante da fiori.
Grastuddi (vasettini) per pianti da fiori.
Mutu (imbuto).
Cufulareddu di forma rotonda e di creta cruda per uso della povera gente.
Mariteddi (scaldini), di forma rotonda col diametro di cm. 20 circa e alti cm. 30 senza manichi.
Valata (balata) per chiudere la bocca del forno.
Cuperchiu (coperchio) per pentole, con un manico nel centro delia faccia superiore.
Lumeri e lumireddi senza piedi e senza manichi che si usavano per l'illuminazione privata delle case e per quella pubblica delle strade nelle feste civili e religiose (piramiti).
Furnaceddi (fornacelli) per cuocere la minestra.
Caruseddi (salvadenai) con foro per nporvi le monete.
Dopo la costruzione della via rotabile, avvenuta nel 1874, li stazzunara furono obbligati a lasciare quel luogo che diede il nome alla via Stazzone e andarono ad esercitare la loro industria vicino alla chiesa di Nostradonna, dove esistono li pinnati, li mauti, li banchi e li furni e dove si costruiscono gli oggetti più comuni e necessari al murare.
3. Altre piccole industrie- Vi erano altre piccole industrie che ora sono scomparse del tutto. Fra queste vi era la concia delle pelli che serviva ai bisogni del paese e durò fino alla prima metà del secolo scorso. Si conoscono due località nelle quali si faceva la detta concia : 1" una a S. Croce del Canale che conserva ancora il nome di Conceria e 1' altra sul luogo stesso ove sorgeva il mulino chiamato del Canale. S'ignora quando ebbero origine le dette concerie, il cui impianto fu dovuto al largo consumo delle pelli, specialmente di bue, fatto dai contadini che usa­vano i calzari (scarpi di piiti).
Un' altra piccola industria durò sino alla metà del secolo scorso, esercitata da alcuni individui detti legnaiuoli, perché si recavano spesso nell'ex feudo Manchi 1 e in altre contrade incolte a tagliare legna per venderle. Ogni fascio (cuddata) si vendeva due tari (L. 0,85), da cui i legnaiuoli toglievano una piccola elemosina pel SS. Crocifisso, che si venera nella chiesa di S. Giovanni Battista, raccogliendola in una cassetta di ferro chiamata trabbuccu e collocata appositamente dentro la detta chiesa. Col denaro da essi raccolto furono comprati due lam-padari di argento, l'uno nel 1656 e 1' altro nel 1663, che esistono tuttora.
Più lucrosa era l'industria dei mulattieri, che portavano mercanzie e passeggieri da Ciminna a Palermo, e viceversa. Questo tipo curioso scomparso quasi da per tutto, era allora il solo mezzo di comunicazione con la capitale dell' isola. Quelli che non avevano mezzi usavano il bastone di S. Francesco.
I mulattieri camminando a passo facevano in media quattro chilometri ali' ora, secondo la natura delle strade e le stagioni. Il viaggio in inverno durava ordinariamente otto ore, ma in està non durava più di sei o sette. Il costo del viaggio era di tari otto (L. 3,40) sia all'andata che al ritorno, sia che si portassero merci, sia passeggieri.
Facevano tre viaggi la settimana, e partivano due ore prima di fare giorno, ma si alzavano più presto, perché lu viaggianti prima duna pruvenna e poi caccia. Andavano incontro a molti pericoli, e perciò non erano mai dimenticati nelle preghiere pubbliche, nelle quali si recitava sempre un patrinostru pi li poviri viaggianti. Non portavano mai armi, ma avevano sempre addosso l'abitino cu li cosi santi 2, erano amici dei ladri di campagna, coi quali alcune volte dividevano le refurtive, ma altre volte erano vittime di essi. Quando portavano denari, aguzzavano la mente per trovar le maniere più ingegnose di nascondevi bene nel momento del sacramentale faccia a terra. Perciò quando viaggiava una persona ricca, specialmente se portava denari, si faceva accompagnare da servi fidati e armati sino ai denti.
Vittima di tutti era il povero passeggiero. Se voleva cavalcare a basto doveva pagare otto tari (L. 3,40) all'andata e altrettanti al ritorno da Palermo, doveva soddisfare anche lo scotto del mulattiere e aveva l'obbligo di scendere da cavallo in tutte le discese, ciò che nell' andata a Palermo avveniva sette volte e nel ritorno quattro. Era peggio quando contro la sua volontà balzava da cavallo, perché l'animale ombrava o inciampava sul suolo, e quando in aperta campagna era colto da un temporale.
Il pericolo maggiore era l'essere rubato a lu passa. Dopo la solita intimazione faccia a terra, l'infelice passeggiero era sempre bastonato, spesso rubato e qualche volta anche ucciso. Quindi prima di mettersi in viaggio faceva il suo testamento, e da buon cristiano si confessava e si comunicava, come fino ai primordi del secolo scorso si costumava in tutta la Sicilia.
Ciò durò in Ciminna fino al 1874, quando fu costruita la strada rotabile. Questa fu inaugurata solennemente il primo maggio 1870,. nel quale giorno coincideva la festa del SS. Crocifisso. L'avv. Giuseppe La Porta, fratello del senatore Luigi La Porta, compose una poesia di occasione, nella quale, inneggiando con entusiasmo alla nuova strada, scrisse, fra gli altri, i seguenti versi :
Più non urto in ogni sasso
Quando l'acqua mi tempesta,
Non sprofondo ad ogni passo
Sino a rompermi la testa.


Non sonagli lettighieri,
Fra le grida incoraggianti
Di pedoni mulattieri,
Dal cammino reso affranti.

Tutto tutto or muta aspetto,
II somiere che trasporta
Con correggia nel suo petto
Altra insegna sotto porta.

E più sotto :


Or le mura di Palermo
Son vicine al mio paese,
Anche l'uomo reso infermo
Col morir non è alle prese.

Anco 1'acqua di quel mare
Ver Ciminna si dilata,
Sembra qui sentir fischiare
Il vapor della ferrata.

Chi sa che cosa avrebbe detto oggi, in cui siamo arrivati alle corse automobilistiche a 150 km. all'ora e alla posta aerea?. 3
Ma l'industria più importante dei tempi passati era, come in molti altri paesi, quella del lino, di cui tratterò nel capitolo seguente.
(1) In esso non mancava la bolla dei Luoghi Santi, che preservava da assalti di ladri e da infortuni di ogni genere nei viaggi per la Sicilia.
(2) Gli abitanti di Ciminna da tempi remoti avevano il diritto a far legna nell' ex feudo Manchi, e tale diritto durò sino alla prima metà del secolo scorso. Vedi deliberazione decurionale del 14 agosto 1842. Tale diritto fu perduto per mancanza di documenti distrutti forse nell'incendio dell'archivio comunale avvenuto nel 1820.
(3) Poesie di Giuseppe La Porta, Palermo, 1868, Edit, Benedetto Lima.

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