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Parte I Cap4
oom:MemorieDocumenti1911.
 

Canti e leggende

Usi e costumi di Ciminna

Dr Vito Graziano

Pubblicato MCMXXXV

Parte prima cap.4

Usi di altri tempi

1. Fidanzamenti e matrimoni2. Nascite. - 3. Usanze familiari e sociali. - 4. Usanze funebri. - 5. Usanze vare.

Premessa -Gli usi e i costumi dei popoli si trasformano e scompaiono con 1' andar del tempo per dare vita ad altri usi portati dalla civiltà. In queste trasformazioni vi sono degli esseri che soffrono : sono i vecchi, affezionati alle usanze di altri tempi, che in ogni novità, fosse anche un progresso, vedono tramontare qualche cosa della loro giovinezza.
Quando a Parigi fu tolto 1" ultimo omnibus a cavalli e il pesante veicolo uscì per 1' ultima volta dalla rimessa, la gente lo circondò subito e lo coperse di fiori. La vettura, che era già il passato, traverso le vie della città come un carro funebre con molta commozione del pubblico, perché qualche cosa finiva, tramontava per sempre. Recentemente, nella stessa Parigi, il progresso ha fatto scomparire una delle istituzioni più tradizionali e più tipiche nella cattedrale di Notre Dame : i campanai sono stati rimpiazzati da un impianto elettrico che mediante appositi bottoni mette in azione 1' una o 1' altra campana della torre. Da ora in poi 1' ufficio del gobbo Quasimodo non ha più ragione di esistere. Otto campanai eserciteranno le loro funzioni ancora per un certo tempo, perché il nuovo impianto non comprende ancora la più grande delle campane, che si chiama Emmanuel e che pesa 13 tonnellate. I lavori d' impianto saranno prossimamente ultimati e allora anche questi superstiti di un mestiere che sta per scomparire dovranno andarsene in provincia a cercar lavoro. Un popolo, scrisse Montesquieu, difende sempre più i suoi costumi che le sue leggi.
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1. Fidanzamenti e matrimoni. —- Per procurarsi il manto alcune ragazze facevano i cosidetti viaggi al santuario di S. Vito nei sette martedì che precedono la festa celebrata ogni anno il 15 giugno in onore del detto santo ; perciò quando una donna era arrivala all'età sinodale senza sposarsi si diceva, per ischerzo, che essa non aveva fatto i viaggi a S. Vito1. Ma ciò accadeva raramente, perché i giovani facevano presto all'amore.
Il pretendente iniziava l'assalto con canzoni che cantava o faceva cantare vicino la casa della donna amata. Vi erano cantatori di mestiere, che cantavano a pagamento canzoni di amore e di sdegno a un tanto per una, con accompagnamento di chitarra e mandolino, che formavano il notturno.
Quando i parenti della donna non volevano saperne, seguivano risse e ferimenti, che non davano luogo a querela, perché allora si diceva : corna e bastonati cu l' havi si li porta. Allora il pretendente faceva cantare un' altra canzone non più di amore, mai di sdegno e non se ne parlava più 2, ma quando fra le due anime vi era corrispondenza di amorosi sensi, i due colombi, stanchi di attendere, prendevano il volo, come succede con maggior frequenza anche oggi. A mali estremi, rimedi estremi.
Per solito il partito era accetto e alla canzone seguiva la richiesta di matrimonio che era naturalmente accettata, e allora l'intermediario, che era spesso una persona d'importanza, portava al pretendente anche la nota della dote (la minuta).
Dopo pochi giorni seguiva la così detta pigghiata paci, che oggi si dice appuntamento. Essa consisteva nella promessa scambievole di matrimonio, che, come si rileva da un atto pubblico del 1819, si faceva con giuramento solenne.
Durante il fidanzamento lu zitu visitava spesso la zita, la quale lavorava attivamente per prepararsi il corredo.
Fino alla metà del secolo scorso le famiglie agiate si recavano a Palermo per comprare li robbi alla zita. Il viaggio era allora pericoloso, e chi lo faceva per la prima volta restava spesso vittima dei mulattieri, degli osti, dei venditori e perfino dei borsaioli di città e dei ladri di campagna.
Dopo ciò si passava alla stima della biancheria, fatta da una o due donne di fiducia, le quali, come risulta dal citato atto del 1819, giuravano alla presenza dei parenti e degli amici di giudicare secondo la loro perizia e coscienza.
Finalmente arrivava quel benedetto giorno, e la promessa sposa, accompagnata dai parenti e dagli amici, andava in corteo alla chiesa e di là in casa dello sposo.
La mattina seguente i genitori dei nuovi sposi andavano a fare la ben livata, e nei primi giorni di matrimonio seguivano le visite degli amici, che gli sposi restituivano nella domenica seguente.
(1) Le preghiere fatte ai santi dalie ragazze per trovare manto non sono un fatto nuovo né isolato, perché la giovane qualunque sia la sua età, non osa mai palesare ai genitori il suo desiderio di andare a marito e perciò sì raccomanda ai santi.
Il Pitrè nei suoi Canti popolari siciliani, voi. Il, pag 30 riporta la seguente invocazione da lui raccolta a Marsala : Sant' Antuninu, mittitiìu in cammìnu (L'affare del matrimonio). San Pasquale facitilo fari (il matrimonio).
Santu Nofriu gluriusu
Beddu, picciottu e graziuso (il marito).

Nel libro Usi e Costumi, Novelle e Poesie del popolo sic!Iiano pubblicato in Palermo nel 1924 da Benedetto Rubino e Giuseppe Cocchiara, pag. 26, è riportata la seguente preghiera rivolta a un maggior numero di santi, compresa anche la Madonna.

S. Antuninu mittitilu in caminu (è il santo generalmente più invocato)
S. Giuvanni scriviti lì banni,
S. Nofriu gluriusu - beddu picciottu graziusu ;
S. Gaetano a manu a manu,
S. Pasquali facitilu fari,

Madunnuzza di Canicatti lu parintatu pozza diri si

In Ciminna le ragazze hanno maggior fiducia a S. Vito, perché ritenuto un santo molto miracoloso e perché fu m vita giovane e bello.
Nella città di Palermo le fidanzate quando la zi fu cerca allontanarsi da loro, ricorrono ali' Armi de' corpi dicullatì come ce nf attesta un t-anto raccolto dal Pitrè a Vìllabate :

Armi 'i corpi diculUti Fri 'impisi, tri occisi e tri a lineati
Tutti novi vi lunciti,
Ni 'u me zitu vi 'nni iti ;
Tanti e tanti cct 'nni dati
C a *n terra lu lassati.
No pi fallu munii,
Ma pi fallu a mia viniri. <br>

(2) A questo proposito il Pitrè (Canti popolari siciliani, voi. 1, pag. 33) narrò avere inteso dire di una fanciulla morta di lento malore dopo uno di siffatti notturni di sdegno e aver saputo di giovani cantatori uccisi di schioppo dai parenti della povera ragazza durante o poco appresso il notturno.

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2. Nascite. — Prima di compiersi un anno, la nuova famiglia era allietata dalla nascita di un bambino. Allora andavano a congratularsi con la madre i parenti e gli amici, specialmente se il neonato era di sesso maschile, poiché i maschi valgono più delle femmine : una dogghia cchiù e fussi masculu. I masculi sunna forti a veniri, forti a crisciri e forti a rinesciri, e viceversa : quannu nasci una fimminedda ci cadinu li vuredda ai genitori, che aspettavano un maschietto. Anche nei tempi remoti in Oriente le cure dei neonati erano considerevolmente maggiori per i maschi che non per le femmine considerate come molto meno interessanti. La maternità era lo scopo fondamentale del matrimonio, il quale in mancanza di figli poteva anche essere spezzato, e in ogni caso la sterilità della donna era considerata come una vera e propria sventura e si riteneva un castigo di Dio.
Prima che nascesse il bambino, si sceglieva il compare, che per lo più era una persona di nota moralità, perché si credeva che i figliocci portassero sempre le virtù ed i vizi dei padrini. Avvenuto il parto, il compare faceva dei regali al neonato : vesticciuole, collanette d oro o d'argento, e se era femmina anche orecchine. Ma nei contadini le orecchine si regalavano anche ai maschi dal nonno o dallo zio, di cui il neonato doveva portare il nome, avevano la forma a catenaccio o ad anello. Erano portate per la credenza del popolino, secondo la quale esse preservavano dalle malattie degli occhi, ma negli adulti erano segno di mafia e indicavano il fermo proponimento di conservare il silenzio nei delitti.
Venuto il giorno del battesimo, che per lo più era la domenica seguente al parto, il neonato era portato in chiesa da una donna accompagnata dalla levatrice e da una ragazzina che portava un boccale pieno d'acqua per far lavare le mani al prete, che aveva toccato l'olio santo.
Nei tempi passati, come si rileva da una fede di battesimo del 25 aprile 1556, i compari erano due uomini, dei quali uno portava il neonato alla chiesa e di là alla casa di esso e 1' altro lo teneva al fonte battesimale. Ma dal 1588 in poi vi fu un solo compare, e in seguito un compare e una comare, finché nel secolo XVIII questo secondo uso divenne costante fino ai nostri giorni.
I primi accenni della levatrice nei battesimi si trovano nel detto anno 1588, e per molto tempo, fino al secolo XVIII, essa fece anche da comare, col quale nome il popolo la chiama tuttora 1. Anche il prete che battezzava il bambino era compare rispetto ai genitori di questo.
Il compare rappresentava per il figlioccio un secondo padre (padrino), di cui faceva le veci, e quando occorreva aveva il diritto di correggerlo; ma in occasione di feste gli faceva dei regali. Il figlioccio, in compenso, doveva al padrino il più grande rispetto e aveva il dovere di baciargli le mani.
Coi genitori il compare contraeva il vincolo del comparatico, chiamato S. Giovanni, perché fu questo santo che inventò il battesimo. I compari si trattavano come parenti, perciò si facevano dei regali e nel carnevale si invitavano a pranzo (lu iovi di li cummari), che precede il berlingaccio. Ma se per caso moriva il figlioccio, cessavano i regali e gl'inviti : mortu lu figghiozzu finisci lo cumpari.
Il comparatico era considerato come un vincolo sacro, sul quale si giurava solennemente ; e perciò 1' adulterio fra il compare e la comare era ritenuto un sacrilegio. Né, rimasti entrambri vedovi, potevano contrarre matrimonio, perché questo era di cattivo augurio.
Qui la fantasia del popolino, per provare la santità del comparatico, inventò tanti aneddoti. Tuttavia gli adulteri nel comparatico non erano rari, e S. Giovanni, per tante offese fatte al suo nome, voleva vendicarsene ; ma ad evitare questo il Signore lo faceva dormire ogni anno per tre giorni (23-25 giugno), passati i quali, il detto Santo non poteva più esercitare alcuna vendetta. Sulla santità del comparatico e sui castighi divini contro I' adulterio fra compari e comari corrono in tutta la Sicilia, anche da antico tempo, numerosi racconti in poesia e prosa2.
(1) Presso gli Ebrei vi erano anche donne preposte ali'assistenza delle partorienti, qualche cosa di simile alle nostre levatrici.
(2) I compari di Comiso nella raccolta amplissima di Vigo, cap. 55 L. V. pag. 647; La Comare nella Biblioteca delle tradizioni popolari, voi. Il, pag. 114 di Pitrè; Lu Marinu ru di Capu Fetu nelle Leggende popolari siciliane in poesia, pag. 74 di Salvatore Salomone-Marino, e una canzone sullo stesso argomento nei Canti popolari siciliani n. 535, pag. 219 del detto Salomone-Marino, e infine La moglie infedele di Monferrato (Ferrare, n. 5, pag. 6).
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3. Usanze familiari e sociali. — Finite le cerimonie del battesimo i bambini restavano affidate alle cure materne. Si lasciavano in fasce fino agli otto mesi, e compiuto 1' anno erano divezzati, poiché si credeva che l'allattamento prolungato facesse ingrossare il cervello e quindi divenuti adulti fossero poco intelligenti. Ma presso gli ebrei sopra ricordati la madre nutriva al seno il fanciullo per molto tempo, e non pare esagerato far parola di uno allattamento medio di ventiquattro mesi e in alcuni casi 1'allattamento si trascinava di più. Anche presso gli Egiziani 1'allattamento si potraeva a lungo, e alcuni hanno cercato in questo fatto il modesto sviluppo demografico del detto popolo, come avviene anche oggi presso i Negri africani, nei quali la scarsa natalità è in gran parte dovuta al fatto che 1'allattamento al seno si trascina per oltre due anni.
Fatti più grandicelli e acquistato 1' uso della parola, i figli davano ai genitori il Vossia, che estendevano ai fratelli e alle sorelle di età maggiore. Nell'entrare ed uscire di casa, essi salutavano i genitori e baciavano loro le mani. Nei giorni onomastici dei figliuoli, i genitori tiravano loro le orecchie, perché si rammentassero d' imitare i santi, di cui portavano il nome e tale uso era anche fra gli adulti e fra i coniugi. In questo modo i figli crescevano col rispetto filiale, i vincoli e gli affetti della famiglia erano più intimi.
Le relazioni sociali e le usanze domestiche risentivano l'influenza di questa educazione. Infatti il don voce sincopata di donno (dominus), che in origine appartenne ai vescovi, agli abati e ai Re, poi si accomunò a tutti i monaci, era qui riservato ai preti, ai dottori, ai laureati e alle persone nobili e civili, il mastra agli esercenti un' arte, il su (signore) ai borgesi e zu (ziu) ai contadini poveri. Anche nel saluto erano conservate le distinzioni fra i vari ceti. Il saluto che si dava ai preti nelle vie era : assabinirica, seguito spesso dal bacio alle mani, alle persone civili si dava il voscenza (voscenza binirica), visuscavu (vi sono schiavo), bonservu, servusò. Quando un contadino camminava con una persona civile, stava per rispetto un passo 'nnarreri.
Il lavoro era l'occupazione principale delle antiche famiglie. I contadini si recavano nei campi due ore prima di far giorno, svegliati dal suono della campana della chiesa e gli operai all' alba al suono della stessa campana, (campana di iornu). Le donne del popolo lavoravano tutto il giorno a tessere, filare, fare quasetti, puntina, ecc. La sera all'avemaria, raramente a due ore di notte, gli uomini erano in casa e andavano a letto per alzarsi presto il mattino e recarsi a lavoro. Voi gabbari lu vicinu ? curcati prestu e susiti matinu.
Le pratiche religiose erano osservate scrupolosamente. Ogni sera in tutte le famiglie si recitava in comune lu santu rusariu e poi prima di addormentarsi e la mattina appena svegliati ognuno diceva li cosi di Diu e portava sempre addosso 1'abiteddu cu li cosi santi per essere liberato da ogni pericolo. Durante il lavoro dei campi si cantavano al'antu canzoni sacre. Per nessuna ragione si mancava alla messa nelle domeniche e nei giorni di precetto, anzi molti 1'ascoltavano ogni giorno. La confessione e la comunione erano pratiche frequenti, e non vi era esempio che alcuno non si facesse a pasqua il santo precetto. Il popolo interveniva alle processioni, alle prediche e alle altre funzioni religiose, specialmente nella quaresima e nella settimana santa.
Perciò la bestemmia era rara e i bestemmiatori segnati a dito 1, molti odi cessavano e molte cose rubate si restituivano al tempo del precetto pasquale.
Nessuna discordia regnava nel popolo, i partiti amministrativi non erano ancora nati, e l'interesse generale era 1'economia del Comune. Gli amministratori avevano la responsabilità civile dei loro atti e alcune volte anche quella penale. Perciò i sindaci, i decurioni, detti poi consiglieri comunali, cercavano tutti i mezzi di esserne esonerati. Nel 1827 un certo don Francesco Caeti fu con real decreto del 16 giugno eletto decurione del comune di Ciminna, e non volendo accettare tale elezione, fu dall' Intendente della Valle, il Duca di San Martino, invitato a mettersi in possesso nel termine di tre giorni, se non voleva sottostare ad una multa come prescriveva la legge. E fu costretto ad accettare. Anche in tempi più antichi, coloro che non volevano accettare la carica di amministratori di questo ospedale erano obbligati a pagare una multa di onze dieci (L. 127,50), che venivano esatte dai Giurati del Comune e andavano a favore del pio Istituto. O tempera, o mores ! 2.
(1) Fino alla seconda metà del secolo XIX sul prospetto delia Madrice era murato un collare di ferro, al quale erano legati i pubblici bestemmiatori.
(2) V. Graziano, Ciminna, memorie e documenti, Palermo 1911, pag. 95.
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4. Usanze funebri. — L' uso di portare la comunione ai moribondi è una pratica di culto della religione cattolica, che nei tempi antichi era estesa a tutti gli infermi. Nello statuto di questo ospedale, approvato dal Viceré Marco Antonio Colonna il 27 aprile VIII indizione del 1579, vi era l'obbligo di far confessare gli infermi, appena vi erano ammessi.
La morte dell' infermo era subito annunciata dal suono a morto delle campane, il quale consisteva in una serie di tocchi a breve intervalli e si chiamava, come anche oggi, agonia. Il suono per la morte dei bambini era a distesa e si chiamava gloria. Quando la morte avveniva di notte, 1' agonia si suonava subito. Le campane non si limitavano ad annunziare la morte, ma continuavano a sonare ad intervalli e tale suono si chiamava mortorio. Esso consisteva in tre tocchi separati da intervalli uguali e divisi da un altro più lungo. Il mortorio per i preti e per le monache era diverso e prendeva il nome di esequie (ossequii).
Nei tempi passati i cadaveri si trasportavano per le strade principali col viso e le mani scoperte. Però a togliere tale usanza fu anche stabilito che nel trasportare i cadaveri dei preti non si potessero cantare le litanie dei Santi e neppure fare il giro di tutto il paese, ma si doveva recitare il Misererò e percorrere la via più breve. Le dette disposizioni rimasero senza effetto per le usanze dei tempi, che volevano il lusso eccessivo nei funerali, talvolta frenato da leggi particolari.
Fino all'impianto del cimitero, avvenuto nel 1877, i cadaveri si seppellivano nelle chiese, dentro fosse comuni o private. Il trasporto dei cadaveri al luogo del seppellimento avveniva con maggior sentimento religioso dei tempi attuali, in cui predominano il fanatismo e il lusso. Il mesto corteo era formato dai confrati in divisa della congregazione, della quale aveva fatto parte in vita il defunto, dai preti che recitavano ad alta voce il Miserere e il De profundis, dal feretro (cataletto), contenente il cadavere e coperto da una coltre di velluto nero con frange e ricami d' oro e fiancheggiato da due facchini dei quali ognuno portava sulle spalle un cavaliletto (cavallittu), sul quale erano infisse sei torce, e infine dal popolo.
Nel giorno sacro alla commemorazione dei defunti vi è l'uso di fare la cosidetta cuccia, che si da in elemosina ai poveri che vanno in giro per le strade. Al detto giorno segue un ottavario che si celebra ogni anno nella chiesa del Purgatorio, durante il quale vi era un tempo l'usanza di esporre sulle pareti molti teschi dipinti. Ognuno di essi portava scritto il nome di un confrate defunto della Pia Unione del Miseremini e se questi in vita si era distinto per meriti o virtù cittadine vi era scritta anche qualche poesia in lode dell'estinto.
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5. Usanze varie- Oltre ai detti usi ve ne erano altri che ora tendono a scomparire. Fra quelli più notevoli e caratteristici erano il natale e carnevale.
Una usanza antichissima e particolare a questo paese è la vecchia di Natale. « Quel che fanno per la Sicilia in generale i morti, fa per alcuni paesi particolari una vecchia quanto brutta altrettanto buona e cara ai bambini, vuoi dire la vecchia di Alimena, la vecchia strina di Cefalù, di Vicari, di Roccapalumba, la vecchia natale di Ciminna, la vecchia di Capud' annu di Resuttana, la carravecchia di Corleone, la befana di altri luoghi» 1.
Ogni anno durante la novena di natale molti monelli percorrono la sera le vie del paese, suonando trombe di mare, corni da bue, campane di capre e vasi di latta vuoti, facendo un chiasso indiavolato. Ogni tanto gridano a voce forte in senso di scherno : vecchia natali mancia pira cotti. Ciò si dice per rammentare ad essa la sua bruttezza e la mancanza dei denti.
Durante i detti giorni si racconta ai fanciulli, che hanno generalmente 1'età dai tre ai sei anni, che si avvicina la vecchia di natale, una fata benefica per quelli che stanno quieti e cattiva per i discoli. Ai primi si dice che essa è nascosta per preparare dolci e regali, ai secondi che essa viene a prenderli per condurli via. I padri raccontano ai bimbi che essi hanno parlato con la vecchia di natale, inventano dialoghi, fughe, colluttazioni di cui mostrano anche le tracce. Nelle sere quando passano per le vie le campane, i bimbi si stringono al petto delle mamme e dei babbi e ciò per timore della vecchia di natale, che essi credono sia in mezzo a quelli che suonano le campane e in quei giorni le tenere menti sono piene della vecchia di natale, e di essa parlano e sognano conlinuamente.
Venuta la sera che precede la festa, i bimbi sono mandati a letto presto, perché deve passare la vecchia di natale per lasciare i dolci, e poiché essa non vuoi farsi vedere passa avanti se li trova svegli.
In quella notte essa cammina per le strade suonando una tromba di maie e tirandosi dietro una retina di muli carichi di dolci e giocattoli per distribuirli nelle case ove sono bambini. Entra a porte chiuse, perché le basta una piccola fessura per introdursi e prima di far giorno ritorna nella sua abitazione, che naturalmente si trova in luoghi solitari.
La mattina seguente i bambini, che per tutta la notte hanno sognato la vecchia di natale, trovano negli angoli più reconditi della casa dolci, giocattoli e doni di ogni specie, che i genitori, secondo la loro condizione economica, hanno avuto cura di preparare ai loro figiioletti. Fra questi dolci non mancano mai un cavaduzzo fatto a base di miele (pasta di meli) ai bambini e una pupa (bambola) pure di miele alle bambine. La mattina di natale si vedono girare per le vie del paese gruppi di bambini per mostrare ai parenti e agli amici li cosi di la vecchia natali.
L' età dei bambini, ai quali la vecchia di natale lascia i suoi dolci vana, come ho detto, dai tre ai sei anni, ma nei tempi passati i parenti facevano trovare i dolci fino a quindici o sedici anni e qualche volta fino ai venti. Per due quindi che un giovane è uomo maturo si diceva : nun ci cridicchiù alla vecchia di natali.
Nella detta festa non vi è famiglia, ricca o povera, che non manipoli dei dolci in casa, perché questa è 1' usanza.
Le famiglie povere fanno il dolce tradizionale (purciddatu) con farina comune, olio, fichi secchi, mandorle, e noci pestate e uva passa. Ogni famiglia regala i dolci fatti da essa ai vicini, specialmente se sono poveri, e ciò si dice : fari la vecchia.
Le funzioni della notte di natale si fanno alla Madrice dopo le ore quattro di notte e là si va con le tasche piene di purciddati (buccellati) che si mangiano in chiesa e non è rato qualche sciaschiteddu di vino. Nella chiesa di S. Domenico si costruiva anticamente ogni anno il presepio sopra un tavolato, ove quattro o cinque capre artificiali mediante congegni manovrati da persone nascoste sotto il detto tavolalo si truzzavanu li testi. Esso era lasciato fino al giorno dell' Epifania nel quale si faceva la funzione dei re Magi. Tre personaggi vestiti secondo il costume dell'epoca venivano da fuori il paese e si dirigeva.no alla chiesa di S. Domenico, ove una stella si muoveva verso il presepio a guida dei Re, i quali, giunti innanzi al Bambino Gesù, lo adoravano.

Gli stessi usi esistono da antico tempo nei comuni di Baucina e Ventimiglia di Sicilia, ove a poca distanza e precisamente alle falde della vicina montagna esiste una grotta chiamata della vecchia di natale. Si crede che questa abiti sempre nella detta grotta, ma non si fa vedere mai da nessuno. Però nella notte di natale essa esce dalla sua grotta con muli carichi di dolci, che distribuisce poi ai bambini entrando per le fessure delle porte.
Nell' ultima sera della novena i monelli che suonano le trombe di mare, i corni, i vasi di latta dopo aver girato al solito le vie del paese, accompagnati da molto popolo con manipoli di bure accese si recano a tarda notte alla grotta per trovare la vecchia di natale e farsi dare i dolci.
Come e quando sia nata nel detto Comune l'usanza della vecchia di natale io non so. Ritengo che essa sia stata portata dai primi coloni Ciminnesi, che nella prima metà del secolo XVII andarono a popolare il feudo di Calamigna, dal quale ebbe origine l'attuale paese. Ciò proverebbe anche 1'antichità di questa usanza in Ciminna.

Il carnevale cominciava la prima domenica dopo 1' Epifania con una solenne mascherata, che rappresentava la trasuta di lu nanna 2 e continuava con frequentissime feste da ballo. Nelle famiglie popolari si ballava a suono di zufolo (frisculettu) e di cembalo (tammureddu) ; in quelle civili si ballava a suono di banda musicale o di pianoforte con intervento di maschere vestite nei modi più vaghi e bizzarri e divise in gruppi accompagnati dal famoso lantirneri, che presentava le maschere e assumeva la responsabilità dei loro atti. Era obbligato a farle conoscere al padrone di casa, se questo lo esigeva. Negli ultimi tre giorni si faceva la cosidetta merca. Ad una estremità del paese, chiamata Folletto, e alla distanza di circa centocinquanta metri dal paese si appendeva ad un' asta verticale un coniglio, o una gallina o un capretto. Oltre a molto popolo vi accorrevano i migliori tiratori del paese, fra i quali vi era una specie di gara. Per ogni colpo dovevano pagare un soldo se si trattava di coniglio o gallina e due soldi se di capretto.
Ma l'usanza più caratteristica era la condanna a morte di lu nanna. Una comitiva di tre popolani rappresentava la corte di giustizia che doveva condannarlo. Uno di essi in giammerga e tuba alta sul capo, con baffi fatti di carbone, colletto di carta e un libro sotto una ascella rappresentava il giudice, un altro con finti baffi e tratti di carbone in viso rappresentava 1'accusatore, e il terzo vestito da donna in veste e mantellina a lutto rappresentava la mugghieri di lu nannu. Procedevano a cavallo ad asini fra un codazzo di popolo, di monelli e di curiosi e si fermavano nei luoghi principali del paese, ove si faceva la causa di lu nannu.
Fra il silenzio generale della folla parlava l'accusatore, esponendo tutti i delitti commessi dal reo e chiedendo infine la condanna a morte. Allora il giudice, con un procedimento molto sommario, apriva il libro e in atteggiamento solenne condannava a morte lu nannu. Urli, schiamazzi, fischi e altri suoni inarticolati accoglievano la lettura della sentenza, mentre la moglie del condannato gridava : ah maritu meu !
L' ultima scena avveniva nella pubblica piazza, dove era preparato un gran pupazzu di cenci, che dopo la lettura della sentenza era dato subito alle fiamme, mentre la moglie di carnevale era allontanata a forza dal luogo del supplizio. Il carnevale costituiva un tempo una specie di follia collettiva, da giustificare il proverbio medievale riguardante le feste carnevalesche, semel in anno insanire licei.
In alcune feste di secondo e terzo ordine (festi nichi) si taceva la corsa con gli asini ('a cursa 'i scecchi), che richiamava molta gente nella via principale del paese ('a strata di la cursa). I premi consistevano in tre palii, formati ognuno da due metri di mussolina legata a una asta orizzontale portata a mano con una canna attaccata verticalmente alla detta asta. I palii erano condotti per le vie principali del paese, accompagnati dalla banda musicale, e finito il giro cominciavano le corse. Queste erano tre, quanti i palii, e gli asini concorrenti non più di due o tre cavalcati a dorso da individui che spronavano i poveri animali col così detto pinturu.
Chi arrivava primo alla testa di la cursa aveva diritto al palio, che il cavaliere avvolgeva al collo dell'asino, come un trofeo. Alcune volte, invece, il palio era dato a chi arrivava 1'ultimo, ma in quesi casi i proprietari degli asini cavalcavano quello dell' altro concorrente, perciò ogni cavalcatore spronava quanto più poteva 1' asino che aveva sotto per fare arrivare ultimo il proprio asino 3.
Un' altra specie di corse, meno clamorose, ma pure divertenti erano quelli coi sacchi. I premi consistevano pure in tre palii, che non erano condotti per le strade, Alcuni giovani, messi in sacchi a fondo chiuso fino alla cintura, correvano saltellando e chi arrivava primo al punto stabilito aveva diritto al palio. Non di rado accadeva che qualche concorrente durante la corsa cadeva a terra fra le rise degli astanti.
(1) Usi e costumi, crcdenze e pregiudizi del popolo siciliano raccolti e descriritti da G. Pitrè, voi. 4, pag. 63. Palermo 1889.
(2) Chi rappresentava lu nannu era ogni anno lo stesso individuo che perciò, era inteso comunemente lu nannu.
(3) Perciò pigghiari 'u paliu significava vincere e si dice ancora a chi cammina con fretta havi a pigghiari 'a paliu.

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